L'anatomia di una marca temporale: come funziona lo standard RFC 3161
"Questo documento esisteva a quella data" è una frase che, in tribunale, decide cause. A renderla dimostrabile è la marca temporale. Vediamo come è fatta dentro, seguendo lo standard tecnico che la governa.
A cosa serve, in una riga
La marca temporale certifica che un certo dato esisteva in un certo istante, in modo opponibile ai terzi. Non dice chi ha firmato: dice quando. Sul perché e quando serve abbiamo scritto in quando serve la marca temporale .
L'anatomia della richiesta
Il meccanismo, definito dallo standard RFC 3161, è semplice ed elegante:
- si calcola l'hash del documento (mai il documento stesso, che resta privato);
- si invia l'impronta a un'autorità di marcatura temporale (TSA);
- la TSA aggiunge l'orario da una fonte affidabile e firma l'insieme "impronta + istante".
Il risultato è un token che lega quel contenuto a quel momento, senza che la TSA abbia mai visto il documento. Sull'impronta parti da hash e integrità .
Qualificata o no
Una marca temporale qualificata, apposta da un prestatore accreditato, gode di presunzioni rafforzate su data e ora. È la differenza tra "ho messo io una data" e "una data garantita da un terzo fidato", il tema dei prestatori qualificati .
Perché è il perno della durata
La marca è ciò che permette a una firma di restare verificabile quando i certificati saranno scaduti: fissa l'istante in cui tutto era valido. È il cuore della validazione a lungo termine, in PAdES-LTV .
In DOCUJET la marca temporale qualificata è inclusa in ogni documento: la data certa non è un extra, è parte della prova.
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